DANTE E IL 101ESIMO CANTO

Una stilografica ed una piuma mostrano la differenza tra modi di scrivere antichi e moderni

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita…”

Dante un uomo

Dante, non fosse stato per quel nome illustre, era un povero cristo come tanti uomini moderni che nella vita le avevano davvero provate tutte per far successo. Scriveva benino. Fin da bambino aveva questa passione nell’animo, e si era convinto di poterne fare un lavoro. Forse perché durante gli anni di scuola i suoi insegnanti l’avevano spronato a farlo, premiandone l’impegno con i dieci in pagella, forse perché i suoi genitori nutrivano una sconsiderata fierezza nel pensare al loro pargolo come ad uno stimato autore, o forse perché anche all’Università, illustri accademici, gli avevano fatto intendere di averne le qualità, lui si considerava uno scrittore. Ebbene! Aveva passato le notti giovanili a comporre versi, nella stanza presa in affitto nella zona del Quadrilatero di Torino, con i tappi alle orecchie per isolarsi dagli schiamazzi di tanti suoi coetanei che il sabato sera, diversamente da lui, se la spassavano nel cuore della movida. Ma a Dante non importavano certe cose! Lui, che dalla scrittura traeva il sommo piacere, era incantato dalle parole che emergevano dal suo sentire, le quali emergevano continuamente vi dico, anche tra una cassetta di verdura e l’altra di frutta che, alle cinque e mezzo del mattino, scaricava al mercato di Porta Palazzo per potersi guadagnar da vivere.

Al Mercato

<<Dante che fai, muoviti a scarricare il camion, ca mettiamo tutto su u banco. Veloce ca oggi piove e la gente viene presto… Danteee… minkia Dante?! Che stai a fissare u cielo?>>

<<Ed uscimmo a mirar le stelle>> fece Dante a Tonino, suo datore di lavoro, che intanto sistemava carciofi in mazzetti da cinque a cinque euro.

<<Le stelle?! I carciofi, Dante, passami i carciofi, fai presto che tardi è !>> – questo c’ha problemi -pensò Tonino.

Al mercato lo conoscevano tutti: Dante il Sommo, Dante il Divino, Dante il poeta dell’asparagino!

In quel modo in cui la mediocrità di un uomo schernisce altrui sensibilità, la figura di quel Dante dei nostri tempi alimentava una commedia, se non divina, alquanto tragi-comica!

Eppure Dante non coglieva l’antifona, immerso completamente nel suo contemplare, egli non afferrava e sorrideva spesso.

Il purgatorio di Dante

Non so se fu un’intercessione di Beatrice dal più alto mondo celeste, o se Virgilio dal Limbo provò pena per lui, ma un po’ oltre il mezzo del cammin della vita di Dante, che ormai aveva 45 anni suonati, il dubbio che non sarebbe mai divenuto lo scrittore eccelso che si era sempre considerato, fece la sua prima comparsa. Ed era davvero la selva più oscura che l’anima sua potesse conoscere!

Aveva inviato l’ennesimo componimento a dieci case editrici e a tre concorsi nazionali, ma niente, anche stavolta nessuno lo aveva selezionato. E se è vero che la speranza è l’ultima a morire, oramai questa si era ridotta ad una fiammella, la quale avea pur necessità di un po’ di combustibile per tenersi accesa, no?! Così accadde che di colpo si spense, e dentro Dante fu il buio. Se ne stava al mercato tutto il giorno a fissare cassette, vuote come la sua mente, con l’animo pesto come il basilico che a mucchietti si affacciava dal bancone. Questa inusuale cupezza mise Tonino in allerta.

<<Dante, stai bbene? Che c’hai?>>

<<Nulla.>>

<<Dai fammi una rima con lo scalogno come le sai fare tu, che la metto sul cartello du prezzo.>>

<<La scalogna non ha mai fine. >>

La situazione pareva insanabile, e Tonino che infondo aveva un animo generoso, se l’era sempre tenuto accanto quel ragazzone strano, che parlava in latino alla gente, che raccontava aneddoti letterari tra una patata e l’altra, restando umile come la sua gente. Dunque provava pena per lui, – non faceva che rime tristi, si capiva che stava male – ed avrebbe voluto aiutarlo in qualche modo.

La signora Gina che aveva il banco di legumi accanto a loro, pure lei se n’era accorta, era la più anziana ed al mercato di cristiani ne aveva conosciuti tanti.

<<Mal d’amore è chistu!>> bisbigliò a Tonino in un orecchio mentre gli cambiava dieci euro in monete.

<<Dante innamoratu?>> stralunò Tonino <<Nooo, non ce lo vedo!>> si risolse.

 – Però, a pensarci bene poteva pure darsi che la Natura l’avesse richiamato, insomma non era ora che si mettesse sù casa pure lui?! Alla sua età io c’avevo già tre figghi… Mah! Altri tempi erano –

Così come le verdure di stagione affollano i banchi, allo stesso modo le chiacchiere su Dante si diffusero per il mercato, ciascuna con qualche arricchimento nato dall’estro di ognuno. Alla fine venne fuori che Dante si era fidanzato, che la morosa lo aveva lasciato, che lui non ne aveva saputo farsene ragione, e nella bontà del volgo, a questa situazione bisognava pure porre riparo, perché di donne ce ne sono tante e cosa migliore non c’era che trovargliene un’altra.

La saggezza popolare

<<Una c’è ca sa potrebbe pigghiare! >> disse Gina, la quale di matrimoni ne aveva combinati, << Bea, a figghia di Alfonso, chiddu ca vende cipudde due file più in giù. Tiene già trentacinqu’anni ed aiuta u patre, non si è voluta maritare, da quello che so una ballerina fù… >>

<<Ahhh… jè un’artista! Buono è!>> esternò Tonino, recuperando tutto il suo spirito siciliano.

 Cosa fatta era nelle loro menti! Si chiamò da parte Alfonso, il padre, per fargli la proposta.

<<Va bin! Alè un bel ragazzo susì. La mia Bea pure né, ma ai giovani d’oggi mica le puoi dire cosa fare>> rispose piemontesemente Alfonso.

<<Eggià! Chistu è u probblema>> sospirò Tonino.

<<Ascutate ammè! I fimmine l’ha pigghiare come nu sciure>> disse Gina.

<<Eh? Nooo eh, mia figlia alè nèn na suora!>> balbettò Alfonso.

<<Ah ah ah!>> Tonino e Gina scoppiarono in una solare risata <<Sciure dissi! I sciuuri sunno i fiori all’uso nostro>>. Si risolsero nel tentare di comunicare in una lingua più volgare: l’Italiano – Ca sinnò non si sarebbero capiti mai e sti ragazzi rovinati furò – fece Gina a Tonino ruotando ripetutamente sul polso la mano spalancata.

Finalmente non restava che farli innamorare. Gina mandò n’ambasciata al banco dei fiori, dove Lilly componeva bouquet per la festa di San Valentino.

“33 rose rosse. Me le devi incartare bene, e ci devi mettere un bigliettino per Beatrice che domani è San Valentino e scatta il piano che abbiamo preparammo. Gina. PS: trattami bene!”

Intanto Tonino spronava Dante: <<Mu scrivi un verso d’amore per mio figlio? C’ha una fidanzatina che si chiama Beatrice e ci vuole regalare dei fiori… >>

<<Oh, mio buon Tonino, stasera al lume del mio ricovero, lo fò!>> rispose Dante.

Dante in Paradiso

Intanto dal girone loro, Beatrice, quella del ‘300, e Virgilio, il sommo filosofo, osservando i fatti si commossero per ciò che quegli Uomini stavano organizzando, con l’uso della parola, volgare o meno che fosse, per far del bene a quel povero omonimo del loro amato poeta. E parlarono con Dante il Sommo, il quale, assolto in terzine angeliche, vagava pel Paradiso.

<<Dante,

vuolsì non puote l’anima tua mesta,

restar ignava di cotanta veemenza

che la specie, nostra discendenza,

percorre,

attenta delle umane gesta.>>

<<Oh! Beatrice, mia dolce amata,

per immatura morte non composi rima

che della mia fatal dipartita,

nel cuor avea prima.>>

Come la fiamma viva che schiarisce la notte, così, nei due Dante si accese l’ispirazione più forte: quella dell’Amore vissuto di cui non avean mai scritto, che spinse il Poeta a percorrere l’Inferno e il Purgatorio per incontrar l’Amata alle soglie del Paradiso, e che noi tutti salva dalle oscure selve della vita.

E con in mano una piuma delicata, nacquero versi per le loro Beatrice, che il Dante moderno non aveva mai incontrata, avendo amato in vita solo la scrittura, la quale lo aveva tradito poiché la fama non gli aveva mai sorriso.

Beatrice,

lume che schiude il giorno.

Amore mi ha smarrito,

in un viaggio senza ritorno.

Ed una musica come un rito

risuona

nel cuor che m’hai rapito,

onde l’anima mia ‘si bona,

danza, oh! mia adorata.

Giustizia osanni

da parole invise.

Che il fato non inganni

ciò che il ciel decise.

Tuo Dante

Il Dante innamorato

Tonino stava sistemando il tendone quando lo vide arrivare con un rotolo di pergamena legato da un legaccio rosso:

<<Dante vattinne da Lilly che ta’ ddare  i fiori da consegnare… e dacci la poesia che hai scritto.>>

<<Vò!>> fece Dante con lo sguardo disperso nella propria ispirazione.

<<Le rose le devi portare alla figliola di Alfonso, quello delle cipolle! E aggiustati il colletto della maglietta… Aspetta che ti do una sistemata io. Mi raccomando sii gentile e sorridi che ogni uomo che porge un fiore ad una donna il Ciel l’aiuta. >> sorrise Lilly con maliziosa dolcezza.

Dante non aveva udito quasi nulla, quei versi d’amore echeggiavano nel suo cuore, avrebbe mai conosciuto la sua Beatrice?

Prese con due mani il mazzo di rose e grossolanamente si diresse verso Alfonso che vedendolo arrivare chiamò in fretta sua figlia:

<<Mi che bel mazzo di fiori, chi alè susì? Vieni un po’ a vedere Bea!>>

Col grembiule annodato in vita, i Moon boot ai piedi e le dita esili che sbucavan dai guanti mozzati, Beatrice alzò la testa e diresse lo sguardo verso Dante il quale sospirante giunse a lei, ponendole in grembo le trentatré rose rosse confezionate da Lilly.

Gli occhi di Beatrice si schiusero. Emanavano una luce intensa richiamando quella del lume ch’aveva ispirato i versi di Dante, il quale stava in fronte a lei ancora sospirante dell’amore di cui aveva scritto.

Beatrice sciolse il nodo che cingeva la pergamena, lui avvertì un guizzo al petto, quanto era bella questa ragazza, non l’aveva mai notata prima, ma un’ombra di paura fece capolino nella sua mente, i versi, oh Numi! I versi iniziavano per una Beatrice, se solo avesse potuto strapparle il papiro dalle mani le avrebbe chiesto il nome suo e per la sua poesia sarebbe stata di lei che ora lo incantava… Invece lei scorse le righe in un baleno, le sue labbra rosse come ciliegie mature si allargarono in un sorriso invitante, Dante non capiva, dentro fremeva.

Beatrice si levò il guanto e gli porse la mano:

<<Piacere Beatrice.>>

E di colpo il sommo piacere avvolse Dante, i sensi contriti nell’anima si sciolsero toccando un’estasi che non aveva provato. Raccolse la mano di lei assaporandone il calore e portandosela al petto sul cuore emozionato e sconvolto.

<<Oh Beatrice! Io son il tuo Dante.>>

Gina e Tonino guardavano di lontano, parlandosi con gli occhi, gustavano la vittoria. Lilly con un binocolino in mano non dava retta alle clienti che seguivano il suo sguardo girando il capo come si fa all’opera nella scena più emozionante. Alfonso ingurgitava saliva, ingoiando quei modi di dire che spesso usava nelle situazioni di circostanza. Tutto il chiassoso mercato aveva smesso di sbrigare vendite e faccende ed era come avvolto di una luce dorata che sagomava Dante e Beatrice e le rose rosse sgargianti. Stavano assistendo alla nascita di qualcosa di prezioso, unico nel suo genere: l’Amore.

L’energia che esso sprigionava arrivò fino in cielo, ed, eliminando ogni barriera reale, giunse fino a quel luogo di pace che alcuni chiamano Paradiso. Dante e Beatrice da lassù godettero per un attimo di quell’unione che in vita loro non ebbero mai, che fu la forza ispiratrice di un’opera capace di varcare i confini del tempo e dello spazio per giungere a noi in tutta la sua ricchezza.

Ed io pure, in qualche modo, vi ho trovato ispirazione, con l’animo rapito da questo metaracconto, che mi ha narrato dell’Amore inaspettato, capace di guarire gli animi, anche i più tristi. E mi parlavano, le parole, in volgare, divenuto la lingua di tutti noi proprio grazie a Dante Alighieri, che scrisse la Divina Commedia forse per dar buoni esempi alle genti comuni o forse per dar voce al cuore suo, come io spero di aver fatto in questo 101esimo canto.

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